Il Cavallo Bianco - Gianni Caucci

Aggiornato il: mag 18

Cari amici, approfittando di questi giorni di riposo “forzato”, vi voglio raccontare una storia. Una di quelle storie che è difficile dimenticare. Tutto ebbe inizio circa due anni fa in un Centro di prima accoglienza per migranti, dove uomini, donne e bambini, partiti da ogni parte del mondo, arrestano forzatamente il loro viaggio e attendono che gli vengano riconosciuti i loro diritti di uomini liberi, per poter poi proseguire il loro viaggio.La storia, che sto per narrarvi, è accaduta nel centro di prima accoglienza (CAS) denominato centro “Chicco di Grano “. In particolare questo luogo accoglie famiglie, mamme o papà con i loro figli. In questi anni, sin dal primo giorno, sia io che i volontari, il personale addetto e la comunità del posto, abbiamo cercato di porre un’attenzione speciale a queste famiglie che noi chiamiamo “i nostri ospiti”. Abbiamo sperimentato che in ciascuno di loro c’è una ricchezza infinita e dopo aver trovato reciprocamente una relazione, magicamente ci ritroviamo tutti più arricchiti. È un’esperienza bellissima condividere storie, profumi, religioni, cibo e spesso anche lacrime e gioie. Questo ci aiuta a scoprire i valori importanti della nostra vita. Ma torniamo alla storia….Le giornate al Centro trascorrevano tra le tante cose da fare: visite mediche, prassi legali, spesa, cucina, pulizie, scuola. In quel periodo erano presenti cinque famiglie con 12 bambini con un’età compresa tra pochi mesi e qualche anno. Io, circa una volta a settimana, passavo di lì e, come se fossi stato il papà di tutti, ascoltavo qualche storia, mi informavo riguardo qualche eventuale necessità sia degli operatori che degli ospiti, aiutavo a organizzare qualche festa di compleanno, o mi impegnavo per qualche lavoretto di manutenzione. Non immaginate la mia gioia nel vedere tanti costumi e colori diversi, ma soprattutto nell’essere catturato da una nuvoletta di bimbi che giocavano rumorosamente nel cortile.In una delle mie visite mi accorsi di una nuova presenza. Era appena arrivata una signora di nazionalità somala con al seguito i suoi 5 figli: 4 bambine e un bambino. La più grande aveva 7 anni e il più piccolo pochi mesi. Mi colpirono l’eleganza e i colori dei loro tipici vestiti, ma soprattutto la loro educazione, quasi regale. Le giornate trascorrevano e, tra una mia visita e l’altra, mi accorsi della fatica degli operatori per i tanti bimbi ospitati. Ormai la banda era ben organizzata e il soprannome di “piccole pesti” era veramente appropriato. Per tenerli buoni e impegnarli un po’, mi venne un idea. Nel centro c’era una piccola aia recintata e non utilizzata, corsi in un negozio di prodotti agricoli ed acquistai una decina di pulcini tra galline, paperelle e galli. Arrivai al centro con due scatoloni pigolanti e chiamai a me tutti i bambini: la sorpresa fu grandissima, tanto quanto la gioia con la quale i bimbi accolsero i nuovi piccoli amici. Il primo impegno fu quello di dare un nome a ciascun pulcino, poi tutti in fila ci recammo nell’aia per sistemare gli animali nella loro nuova casa, lì insegnai ai bimbi più grandicelli come dare da mangiare ai pulcini, con la raccomandazione di non fargli mai mancare acqua fresca e pulita.L’esperimento era riuscito: le “piccole pesti”, per qualche ora della giornata, sarebbero state impegnate a prendersi cura dei loro pulcini, con buona pace degli operatori. Soltanto la bambina somala più grande non mostrò alcun interesse e curiosità verso il nostro pollaio. Mi avvicinai a lei e molto dolcemente le chiesi:Come mai sei triste?La sua risposta mi spiazzò:Io voglio un cavallo. Un cavallo bianco!Voi non potete immaginare la mia faccia a quella richiesta! La mia risposta un po’ tra lo scocciato e il seccato fu:Seee, un cavallo, un cavallo bianco. Ma tu lo sai quanto è grande un cavallo?La bimba se ne andò delusa e io non diedi più peso alla sua richiesta impossibile.Con il trascorrere dell’estate, arrivò il tempo di prepararsi alla scuola. I bimbi vennero assegnati alle rispettive classi in base alla loro età e, in mezzo a tanta emozione per grandi e piccini, arrivò anche il primo giorno di scuola. Come per magia nel Centro regnò il silenzio. Silenzio che si interrompeva ogni pomeriggio al ricomporsi della banda delle “piccole pesti”, con i soliti schiamazzi, giochi e scorribande, senza mai dimenticare le cure per il pollaio.Ogni mia visita settimanale veniva però interrotta da un incontro. Appena la bimba somala si accorgeva del mio arrivo correva da me, mi tirava per la giacca e mi urlava:Io voglio il cavallo bianco!Ormai al Centro ero diventato per tutti “quello del cavallo bianco”. Dopo l’ennesima richiesta da parte della bimba di questo cavallo bianco, piuttosto spazientito, prendo in braccio la bimba, la invito a scrutare l’orizzonte e a guardare lontano, lontano, lontano dove si intravedono dei monti e le dico:Vedi quei monti? Il cavallo è in viaggio, sta venendo da molto lontano e ci vuole molto tempo. Devi avere pazienza.Lo so, non si dovrebbero dire le bugie a nessuno, soprattutto ai bambini, ma mi sembrava una di quelle bugie che non sono vere bugie, di quelle che si dicono soltanto per allontanare un problema. Non l’avessi mai fatto, la bugia non aveva allontanato il problema, che invece per me era diventato un tormento. Tutte le volte che la bimba mi incontrava non mancava mai di domandarmi:Ma quando arriva il cavallo bianco?”Rinnovando il mio imbarazzo per la bugia raccontata e dalla quale non sapevo più come cavarmela.Il tempo trascorreva, la scuola stava finendo, i pulcini erano diventati galline, papere e galli con i loro buffi nomi: Lollo, Pippo, Guendalina, … e in ogni mia visita settimanale io speravo di non incontrare la bimba, ma lei si accorgeva sempre del mio arrivo e la domanda era sempre la stessa:Il cavallo quando arriva?Va be’... si fa l’abitudine a tutto e anche alle risposte:Il cavallo sta per arrivare, ci vuole ancora tempo”Arrivò la fine della scuola. Gli operatori avevano messo tanto impegno proprio per far ricongiungere questa famiglia con il loro papà e tentarono un incontro. L’incontro andò bene e si attivarono tutte le procedure legali, si cercò una casa e iniziarono vari colloqui.Tutto procedette per il meglio, per tutta la famiglia si trovò un alloggio vicino a Firenze.Io seguii la faccenda con un po’ di distacco. Finalmente arrivò il momento per il quale gli operatori avevano tanto lavorato e che quindi tutti aspettavano. Si fissò la data della partenza per mamma e bimbi. Arrivò la sera della vigilia della loro partenza e, come è usanza del Centro, gli operatori insieme agli ospiti prepararono una festicciola molto semplice, un dolce, una bibita, un’occasione per saluti, abbracci e baci. Io non andai, perché gli addii mi infastidiscono ed ero triste al pensiero che non avrei più incontrato la famiglia somala con cinque bambini. Lo confesso, ho fatto un po’ il vigliacco.L’indomani mattina, giorno della loro partenza, alle 6,30, ricevetti una telefonata molto concitata da parte dall’operatore notturno, che aveva trascorso la notte al Centro, che mi domandò:Cosa ne facciamo di un cavallo al Centro di accoglienza?Ma quale cavallo? – gli risposi meravigliato.L’operatore replicò:Quello che sta qui al Centro, nel campetto. Un cavallo bianco che bruca l’erba.Io rimasi sbigottito, non riuscii a dire nulla.Ebbene sì, quella mattina al Centro Chicco di Grano era entrato un cavallo, un cavallo bianco, e tra lo stupore di tutti prima della partenza la bimba poté salutare il suo cavallo bianco.Fortunatamente il confinante verso l’ora di pranzo venne a riprendersi il suo cavallo, che era scappato dal suo recinto.Ma questo particolare non è importante, l’importante è che la bimba ha potuto salutare il suo cavallo bianco e io ho potuto cancellare il timore di averla delusa con la mia bugia.Cari Amici, da tutto ciò mi porto in cuore un insegnamento che, se mi permettete, voglio condividere con Voi. Se ci impegniamo a fare del bene, non preoccupiamoci se ne abbiamo fatto abbastanza e se abbiamo fatto la scelta migliore; se invece facciamo del male, occupiamoci di riparare al male fatto, non perdiamo tempo. Dobbiamo però essere sereni, perché, malgrado i nostri limiti, le nostre sciocchezze, le nostre miserie, come accade nella Natura, nel Cosmo, se qualcosa va storto non sarà per sempre, tutto tenderà a ritornare verso un equilibrio che è Amore.



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“Quanto meno abbiamo, più diamo. Sembra assurdo, però questa è la logica dell'amore.”

Madre Teresa di Calcutta

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